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Austeria

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Ritorna spesso nella prosa di Stryjkowski l’uomo disperato, abbandonato a sé stesso da un Dio crudelmente indifferente, l’uomo costretto per ciò a uno sforzo sovrumano per alzarsi in piedi e lottare, da solo, per salvare gli altri e sé stesso. “Se la letteratura di un registro così alto, ha scritto il critico Waldemar Cholodowski, si svolgesse in un mondo appena un po’ più astratto, essa scioccherebbe per il pathos insopportabile e per la tendenza moralizzatrice. Ma la maestria letteraria, basata essenzialmente sull’arte di costruire i personaggi a partire dai dialoghi, mantiene la realtà descritta nei limiti della letteratura. […] Ciò che permette di non cadere nel vuoto estetico è la concretezza: un villaggio della Galizia con la sua piazza del mercato, con la sua via Krzywa (che in polacco sta per ‘via Storta’, perché abitata da ladri e ubriaconi), con la sua popolazione ebrea, i piccoli artigiani e i commercianti, il ritmo dei sabati e dei giorni di festa, qualche moglie d’avvocato nobile, un amore da Romeo e Giulietta ebrei che fa palpitare tutta la cittadina, con storie che si ripetono di famiglia in famiglia, di generazione in generazione, sul figlio di un sarto o di un calzolaio di un misero borgo vicino che, grazie alla tenacia e al timore di Dio, è diventato un celebre violinista o un banchiere che frequenta le corti di re e imperatori”.

“Subisco una forte influenza della tragedia greca. Nella mia prosa sono fortemente collegate la tragedia greca e la tragedia ebraica”, ha detto Stryjkowski in un’intervista. “Ogni ebreo ha una gobba sull’anima. Sono gli stracci della schiavitù. Di duemila anni di schiavitù”, ha scritto sempre Stryjkowski. E infatti nei suoi romanzi l’Ebreo è il simbolo della tragedia umana: come si può vivere con questa “gobba sull’anima”? come essere uomini senza cessare di essere ebrei? come diventare liberi e vivere tra gli altri senza dimenticare la schiavitù, la diaspora, senza rinnegare la propria cultura e religione? Così, gli Ebrei sono i protagonisti dei più bei romanzi di Stryjkowski, siano essi ambientati nella Spagna dell’Inquisizione (come Il visitatore di Narbona) o nei villaggi della Galizia (come Austeria).

È proprio la Galizia, moderna Atlantide, che Stryjkowski fa riemergere nelle pagine di Austeria scavando nella propria memoria e in quella del proprio popolo: terra leggendaria da cui provengono e a cui si sono ispirati grandi scrittori di lingue diverse (polacco, ucraino, yiddish, tedesco, ecc.) ma nei quali conta forse più l’appartenenza a una comune cultura. La Galizia mantenne la propria unità territoriale, garantita dall’appartenenza all’Impero austro-ungarico, fino alla prima guerra mondiale. Poi questa regione fu spartita tra vari stati, e infine, durante la seconda guerra mondiale, con lo sterminio della numerosissima componente ebrea e poi con l’incorporazione all’Urss, cessò di esistere.

„La Galizia, scrive Waldemar Cholodowski, è una terra di coesistenza di nazioni e religioni. Può apparire un paradiso perduto e tuttavia non è l’universo dolce e idilliaco della felicità e della fratellanza generali, ma il campo di un’esperienza particolare dell’umanità nel quale tutte le nazionalità e le religioni furono castigate dai flagelli (oggi, dopo la seconda guerra, possiamo dire: non tutte allo stesso modo). L’ordine un po’ pigro che vi regnava sotto Francesco Giuseppe per oltre mezzo secolo fermò in un certo senso questa vita allo stato di pace, di stabilizzazione, che permette di osservare la storia della più piccola cittadina in una prospettiva senza tempo, di osservare con precisione ogni avvenimento, i comportamenti di ogni abitante, un po’ come in un esperimento di laboratorio. […] Si leggevano gli stessi libri e giornali che a Cracovia o a Parigi; si vivevano gli stessi incanti. Si subivano in tutti i gruppi nazionali le stesse radicali trasformazioni della coscienza e dei costumi. Henrietta Maltz, l’esperantista Amalia Diesenhoff che commuove un ufficiale cosacco parlandogli una lingua [l’esperanto] che – come il sionismo o il comunismo – avrebbe dovuto portare la salvezza all’umanità, il rivoluzionario Szymon e, accanto, lo spettacolo secolare, oggi favoloso, di un gruppo danzante [i chassidim]: occhi semi-chiusi, calze bianche, caffettani svolazzanti, una cantilena lamentosa”.

Le pagine di Austeria rendono il fascino di quella vita. Già il titolo, Austeria, che è una derivazione dal veneto “osterìa”, parola entrata nel vecchio polacco ai tempi dell’unità politica asburgica da Venezia a Cracovia. Poi, lo stesso linguaggio dei personaggi che parlano le lingue dei loro vicini storpiandole, è un altro segno eloquente dell’incrociarsi tante genti diverse.

E soprattutto la lingua di Stryjkowski, un polacco sul quale ha felicemente trapiantato il ritmo della poesia ebraica classica, la frase e la melodia dello yiddish.

Perché il tratto più originale di questo grande scrittore è forse la capacita di raccontare storie attraverso dialoghi e monologhi, mettendo in secondo piano le descrizioni come scene di teatro e rendendo possibile alle parole, nelle bocche dei personaggi, di brillare per intensità e melodia.

“Costruisco la tomba di una nazione scomparsa”, dice Stryjkowski. Bisogna aggiungere che questa tomba parla e che l’autore di Austeria riesce a dar vita a quel mondo scomparso, come se il vecchio Tag fosse ancora qui per farci ridere a piangere. In questa realizzazione Stryjkowski è unico e riesce forse meglio di Roth (che pure scriveva prima dell’Olocausto) e Singer, questi due grandi testimoni della civiltà ebraico-orientale. E per quanto ciò possa parere sorprendente al lettore occidentale (che al mondo galiziano ed ebraico-orientale si è avvicinato via Berlino-New York), non è un caso che le opere più vive sulla nazione degli shtetl e dei ghetti vengano oggi dai pochi che sono riusciti, in Polonia, a restare vicini ai luoghi dove quel mondo è esistito.

 

Julian Stryjkowski  (Pesach Stark) nasce a Stryj, in Galizia, nel 1905. Frequenta l’Università di Lwow (Leopoli), dove si laurea nel 1932 con una tesi sulla donna-criminale nella letteratura romantica. Da studente scrive i primi versi in ebraico poiché simpatizzava con il movimento sionista. Poi passa al polacco, lingua che userà in tutte le opere successive. A Lwow pubblica sulla stampa locale critiche letterarie e teatrali. Contemporaneamente insegna al liceo di Płock e aderisce al Partito Comunista dell’Ucraina Occidentale. Per la sua attività in questa organizzazione illegale viene incarcerato per oltre un anno. Si trasferisce a Varsavia nel 1937 e lavora come libraio e come traduttore (sua è la traduzione in polacco di Morte a credito di Céline). Durante la guerra è in Unione Sovietica dove lavora in varie redazioni comuniste di lingua polacca. Dal ‘46 al ‘49 lavora all’Agenzia di stampa polacca a Katowice nella Slesia, ed è poi inviato dalla stessa Agenzia a Roma, come corrispondente. Nel 1951 pubblica il suo primo romanzo, La corsa a Fragalà, che gli costerà l’espulsione dall’Italia come “persona non grata”. In questo romanzo, infatti, Stryjkowski racconta la miseria e la rivolta della gente nel meridione in quegli anni. Tornato a Varsavia, pubblicherà ancora un libro sulla sua esperienza come giornalista nel sud dell’Italia (L’addio all’Italia). È del ‘56 la pubblicazione a Varsavia di un altro romanzo, Le voci nelle tenebre, scritto anni prima, a Mosca durante la guerra. Ormai Stryjkowski si dedica quasi esclusivamente all’attività letteraria. Dirige la sezione “prosa” del prestigioso mensile “Tworczosc” e pubblica vari romanzi e racconti: Il nome proprio (racconti), 1961; La rosa nera, 1962; Austeria, 1966; Sotto i salici… i nostri violini (racconti), 1974; Il sogno dì Azril, 1975; Il visitatore di Narbona, 1978; La grande paura, 1980.

Col passare degli anni si afferma come uno dei massimi scrittori polacchi e, soprattutto con la pubblicazione di Austeria, conosce un enorme successo di pubblico e viene tradotto in varie lingue. Il suo ultimo romanzo, La grande paura, non viene però pubblicato dalle case editrici ufficiali ma della NOWA, casa editrice vicina all’opposizione del KOR, perché critica aspramente l’azione dell’Armata Rossa in Polonia durante la seconda guerra mondiale.

Stryjkowski è deceduto a Varsavia nell’agosto 1996.



Autore:
Julian Stryjkowski
Traduttore:
Aleksandra Kurczab, Paolo Statuti
Copertina:
Flessibile
Formato:
130 x 205 mm
Pubblicazione:
2023
quantità
1
prezzo totale 14 €